Questo resoconto
storico/fotografico/sportivo è dedicato ai Butei che come me hanno
contratto l’incurabile malattia chiamata tifo (per l’Hellas). Sono
arrivato a 50 anni e la memoria comincia fare strani scherzi. E
allora prima che certi fantastici ricordi rischino di sbiadire del
tutto per colpa dell’età, non certo a causa del poco attaccamento a
quei tempi e a quei fatti, ho pensato di mettere su carta quell’avvenimento
epocale per la storia dell’Hellas Verona.
Già, la prima trasferta
europea. Sono certo che molti Butei della curva di oggi ne hanno
sentito parlare. Molti di loro avranno anche partecipato a varie
trasferte, che a causa della recente situazione in cui la nostra
amata squadra versa, non possono certo definirsi imperdibili o
indimenticabili. Tuttavia pochi Butei ebbero l’onore di partecipare
alla prima volta in Europa. Io che ho avuto la fortuna di esserci,
ancora oggi la ricordo come la madre di tutte le trasferte, quella
che fece conoscere l’Hellas all’intera Europa. Ed anche se la
definitiva consacrazione arrivò solamente 2 anni dopo, con la
splendida cavalcata che ci portò a vincere lo scudetto, fu proprio
la trasferta di Belgrado che ci consacrò agli occhi della critica
Europea.
Per coloro che non poterono
esserci, per i Butei più giovani e per quelli che ne vogliono sentir
parlare anche al solo scopo di curiosità, ecco la vera storia della
madre di tutte le trasferte, con una precisazione: poiché la legge
sulla privacy non consente di scrivere i veri nomi, tutti i
personaggi qui citati sono chiamati col loro soprannome originale o
col nome fittizio di battaglia. Ma sono comunque tutti reali.
L’inizio del resoconto ci
porta indietro fino alla metà di maggio 1983. A quel tempo Osvaldo
Bagnoli aveva già costruito l’intelaiatura portante del grande
Hellas Verona. Quello che con l’innesto di cavallo pazzo Elkjaer, di
panzer Briegel e di nanu Galderisi ci avrebbe reso immensi per
sempre. Tuttavia già nel maggio 1983 l’Hellas Verona si trovava a
lottare per un posto che conta. Alla vigilia dell’ultima partita
della stagione eravamo al 4° posto, con l’ultima da giocare a Genova
con la Samp. Era il Verona di Dirceu e di Penzo quello che doveva
evitare di perdere l’ultimo scontro del campionato 1982-83.
Io e quella che sarebbe poi
diventata mia moglie, decidemmo di seguirlo fin la. Ci accordammo
con la Rossa e con il suo fratello Stupo, che di li a pochi anni si
sarebbe distinto nell’ambito della Curva Sud per le sue immancabili
presenze dovunque c’erano i casini, con le sue innumerevoli
trasferte violente, e cazzate varie.
Comunque la domenica 15/5/83
con uno dei vari pullman delle BG andammo a Genova. Quel giorno, se
non ricordo male, fu la prima volta che i Butei misero in scena lo
sketch della Zanzara, anche se ancora privo del famoso intermezzo
“devastiam, devastiam”. Il Verona andò sotto di 2 gol, poi Nico
Penzo ridusse le distanze e a 5 minuti dalla fine realizzò il rigore
del definitivo 2-2.
Quello era il campionato a 16 squadre, e la vittoria
valeva solo 2 punti. La Roma si laureò campione, con la Juve al
secondo posto e l’Inter al terzo. L’Hellas era 4° in solitaria, con
35 punti.
Ma la certezza della
partecipazione alla Coppa Uefa, ancora non c’era. Dovevamo sperare
che l’odiata Juve vincesse la finale di Coppa Campioni ad Atene
contro l’Amburgo oppure bisognava che il Verona vincesse la Coppa
Italia. Facile a
dirsi, ma non proprio facilissimo a farsi.
Il 25 maggio ‘83 nonostante la nostra voglia
d’Europa, io, Meme, Charlie, Picaia, Vale e compagnia bella ci
trovammo a casa di Smilzo per tifare contro la Juve. Magath ci diede
ascolto e dopo soli 9 minuti porto in vantaggio l’Amburgo. La Juve
non riuscì più a ribaltare il risultato: Amburgo sul tetto d’Europa,
Juve nella polvere. Ancora oggi mi viene da sbellicarmi dalle risate
pensando ai cori di quella sera: “La Vecchia Signora l’ha preso in culo ancora”!
Io e il Meme
Ma se da una parte eravamo
felici per la fregatura toccata ai nemici bianconeri, restava il
problema di come arrivare in Uefa. Eravamo solo ai quarti di coppa
Italia e ci toccava il Milan. Ma non esistevano ostacoli per quel
Verona. Superammo anche i quarti: Verona 2–2 Milan era stato il
risultato dell’andata, il ritorno giocato il 1° giugno ’83 lo
pareggiammo 3-3 a Milano e tanti saluti anche a Baresi. Poi
arrivarono le semifinali.
Sabato 11 giugno perdemmo la
prima in casa col Toro. Ma 4 giorni dopo Osvaldo e Co. fecero il
miracolo andando a vincere 2-1 a Torino. La finale di Coppa Italia
era conquistata: in caso di vittoria ci sarebbe stata la Coppa delle
Coppe, in caso contrario avremmo comunque partecipato alla Uefa,
visto che l’altra finalista era l’odiata Juve di Platini, di Rossi e
di Boniek.
Purtroppo ci crollò il mondo
addosso quando nella finale di ritorno perdemmo 3-0 a Torino, dopo
che all’andata avevamo umiliato i gobbi in casa battendoli 2-0. Ma
il calcio è questo, e così per la seconda volta nella sua storia, l’Hellas
Verona vedeva sfumare il sogno di vincere la Coppa Italia ad un
passo dalla vetta.
Durante l’estate la campagna
acquisti/cessioni vide arrivare Nanu, l’armadio Zmuda, lo squalo Joe
Jordan, e mastino Ferroni. Se ne andarono Nico Penzo, il mercenario
Dirceu, Mariolone Guidetti, e baffone Oddi.
Io
abitavo a Vago di Lavagno, dove i miei si erano trasferiti
all’inizio degli anni ’70 dopo una vita vissuta nella casa di
famiglia in città. Abitava accanto a noi un amico d’infanzia, che
come me seguiva l’Hellas ovunque possibile. Io e Pierre ci recammo
così in questura per farci fare il passaporto, indispensabile per
andare in trasferta in Europa. Nel mese trascorso in attesa del
documento, ci si interrogava riguardo le località. Si sognava
l’Austria o magari la RFT (la Germania ovest, allora erano ancora 2
le repubbliche tedesche) o meglio la Francia, o Spagna o Svizzera.
Quando dall’urna del sorteggio saltò fuori il nome звезда црвена
(si legge Crvena Zvezda ossia la Stella Rossa di Belgrado), ci
sentivamo eccitati e sconfortati allo stesso tempo. Noi in un Paese
comunista? E i Vopos, e la Stase, cosa ci avrebbero fatto? C’erano
anche in Yugoslavia le terribili polizie segrete della ex DDR?
Comunque Belgrado era stato sorteggiato, e a Belgrado si doveva
andare.
Passaporti alla mano, ci
presentammo un giorno alla birreria Forst di via Mazzini, dove ci
informarono subito che sarebbero stati inutili, visto che ai
partecipanti della trasferta in pullman sarebbe stato fatto il
passaporto collettivo. “Basta na Carta de Identità valida par
l’espatrio e na bandiera”, ci disse la Terry, responsabile della
birreria e sfegatata supporter gialloblu, un’altra di quelle buone,
tra i Veronesi tuti mati.
Proseguimmo poi fino a Porta Borsari. In vicolo Ostie
c’era la “botega” di Ammoniaca, noto personaggio della zona e
ritrovo abituale di alcuni fra i matti della curva. La NH3 era una
eliografia dove in passato aveva lavorato anche Vespin, così
chiamato perchè nel 1972 con la sua vespa era andato fino a Terni
per assistere al vittorioso spareggio contro il Catanzaro: per
tornare in Serie A il Verona doveva vincere lo spareggio, e Vespin
logicamente, non poteva mancare. Giusto per farsi un’idea di che
razza di matti frequentavano l’ambiente che era la “botega” NH3.
Tuttavia quel giorno andammo perché il posto lasciato vacante da
Vespin era stato preso da Fotocopia, il quale si aggregò
immediatamente alla congrega. A Belgrado ci veniva anche lui. Anche
Ammoniaca avrebbe dato un braccio pur di esserci, ma lui purtroppo
aveva famiglia e la botega da tendarghe…
El Fotocopia
Un paio di settimane prima
della partenza ero riuscito ad ottenere 2 giorni di ferie dal mio
titolare, al quale avevo motivato il perché della mia richiesta. Mi
disse che di giorni ne potevo prendere anche 3, a patto che tornassi
sano. In banca cambiai ben 100.000 lire in dinari slavi, una cifra
enorme visto che il mio stipendio dell’epoca era di circa 630.000
lire, ma non si sa mai! Naturalmente la mia povera nonna mi
raccomandò prudenza, e tutta la maraja del bar mi chiese di inviare
loro una cartolina.
E
venne finalmente il fatidico giorno. Smisi di lavorare alle 5 di
sera, ma nonostante tutto mi sentivo fresco come una rosa e carico
come una molla. Mangiai qualcosa al volo e preparai la borsa. Era la
tipica sacca verde militare con dentro la bandiera ben ripiegata,
panini, acqua, la bottiglia di Valpolicella, la C.I., la macchinetta
fotografica Kodak coi rullini di scorta, i cubi-flash e i dinari
slavi nelle tasche insieme ai biglietti. звезда црвена –
верoна c’era scritto sopra. Ahimè, il nostro amato Verona era
diventato Bepoha!
Nel frattempo mia madre
aveva il suo bel daffare a tener calmo mio fratello minore (el Pela)
che nonostante i suoi 12 anni voleva venir via a tutti costi anche
lui. Poco prima della partenza mio padre malinconicamente mi disse:
“ Non sai cosa darei per poter venire con voi, chissà mai se avremo
altre occasioni così”.
Accesi la mia Fiat 128
bianca (già, proprio la macchina di Fracchia la Belva Umana)
caricammo tutto e via. Io e il Pierre avevamo appuntamento con
Fotocopia alle 10 di sera davanti alla Gran Guardia, da dove
sarebbero partiti i 2 pullman alle 22,30 di martedì 27 settembre
1983.
Ricordo che qualcuno chiese
subito il nome all’autista inviatoci dall’APT. Credo fosse Dal Sasso
o qualcosa di simile. Inutile dire che già a Porta Nuova l’autista
era diventato Marocolo, e tutti insieme gli intonavamo: Portene, portene, portene a
Belgrado, dai Marocolo, portene a Belgrado!
A quel tempo l’autostrada
finiva alla barriera di Trieste, e in Yugoslavia non esistevano
autostrade. Tutti noi pensavamo di percorrere i circa 1.000 Km che
separavano Verona da Belgrado in 10-11ore di pullman. In realtà ce
ne vollero più di 16. Comunque ricordo che Marocolo aveva portato
con se una cassettina con della musica mista, era l’unica
disponibile. Dopo averla sentita 5 o 6 volte minacciammo di buttarla
dal finestrino, e desistemmo dal proposito solo quando come
d’incanto apparve un microfono. Quella notte i Butei di quel pullman
diedero prova delle loro qualità (?) canore ben prima che Fiorello
nel 1992 avesse portato al successo il karaoke. Verso le 2 del
mattino arrivammo alla dogana di Fernetti. Salirono sul pullman 2
guardie di confine slave, una rapida occhiata al passaporto
collettivo e niente altro. Chiesero alla Terry, che era la
capo-comitiva, chi eravamo e dove stavamo andando. Poi uno dei 2
sbirri, parlandoci in Italiano, ci augurò di sbatterli fuori dalla
coppa quei serbi di merda. Era un Dalmata di origini italiane!
Il viaggio trascorse monotono e tranquillo fino
all’alba quando ci si fermò in un posto che solo gli zingari slavi
potevano chiamare autogrill. All’interno del banco avevano 4 lattine
di coca-cola, 1 uovo sodo e 2-3 panini vecchi. In compenso sugli
scaffali dietro a una griglia di ferro lucchettata avevano decine di
bottiglie di Slivowitz, il tipico liquore balcanico ricavato dalla
distillazione delle prugne. Ognuno di noi ne comprò almeno una
bottiglia da portarsi come ricordo, ma appena finiti i viveri che
ciascuno si era portato da casa, iniziammo ad aprire a far fuori
tutti i souvenir.
Un
particolare curioso. Sul pullman c’era anche un distinto signore di
una certa età che passava il tempo a scrivere chissà cosa su un
bloc-notes. Per noi era il Giornalista, anche se magari faceva solo
parole crociate. In ogni caso ci raccomandò di non portare via nulla
dall’autogrill, poiché la polizia Yugoslava era famosa per la sua
durezza. Una volta ripartiti, il Giornalista affermò che forse per
la prima volta nella loro storia di trasferte i butei delle Brigate
si erano comportati bene e non avevano rubato nulla.
il Giornalista
la Terry
Al
che si girò verso di me il Red: poichè non c’era nulla da mangiare o
da bere e niente altro di interessante, lui si era fregato una
cartina stradale. Fantastico Red, quella carta ce l’ho ancora in
macchina per ricordo.
Lo Slivowitz iniziò a fare
effetto e di li a poco non erano restati in molti quelli in grado di
connettere. Di quel viaggio ho un vuoto di circa 4-5 ore e cominciai
a tornare in me solo verso mezzogiorno. Ricordo sterminate distese
di campi e boschi incolti, qualche raro campo coltivato a mais e
barbabietole, finchè finalmente arrivammo alla periferia di
Belgrado. L’autista ci portò fino al terminal degli autobus, poi
scendemmo.
Dietro a me sedeva un
ragazzetto che aveva bevuto anche l’anima. Lui fu l’unico della
compagnia che non vide la partita, restò sul bus con Marocolo a
smaltire la sbornia. Beometra venne fino a Belgrado per niente!
Cosa strana era che lo stadio fosse tutt’altro che vicino. E dopo 16 ore
seduti sul bus, la scarpinata tra le colline che circondano la zona
stadio ci debilitò non poco.
Verso il Maracanà
Qualcuno trovo anche un negozietto che vendeva
cartoline e francobolli e così ne acquistai alcune per gli amici e
per i miei. Nel frattempo si erano aggregati a noi anche 3 tipi con
le sciarpe bianconere che dicevano essere ultras del Partizan, la
squadra acerrima nemica della Stella Rossa. Ci accompagnarono fino
allo stadio e vennero dentro con noi per tifare Hellas. Erano le 4
del pomeriggio di mercoledì 28 settembre 1983 quando i 100 Butei
fecero il loro trionfale ingresso al Maracanà, tempio del calcio
balcanico dalla allora incredibile capienza di 90.000 posti!
Iniziammo da subito a schierare il bandierone con al centro la
bandiera scozzese, in onore di Joe Jordan, lo squalo. Che quella
sera tuttavia era in panchina. E poi sciarpe, bandiere, striscioni,
tricolori...
Il bandierone
Mano a mano che passavano i minuti il Maracanà andava
riempiendosi sempre più. I canti dei 100 Butei, per quanto
volonterosi, vennero dapprima subissati di fischi e poi coperti
dagli assodanti boati provenienti dalla curva locale. Ma
imperterriti i ragazzi delle Brigate continuarono a gridare il loro
incessante incitamento al Verona.
Mi, el Pierre, el Tufi e altri Butei
Alle 18
finalmente iniziò il match. Quella sera anche il centravanti
titolare Jorio era indisponibile. Per difendere il prezioso 1-0
dell’andata Osvaldo Bagnoli decise che col numero 9 doveva giocare
Storgato, anche se in realtà faceva il mediano, lasciando a Nanu
Galderisi con l’11 il compito di guastare la serata alla difesa
slava.
Dopo
una prima fase di studio la Stella Rossa cominciò a caricare il
Verona a testa bassa. La difesa resse per 16 minuti, poi un fallo
veniale di Ferroni in area venne punito dall’arbitro con il rigore.
Dopo 17 minuti il Verona era sotto 1-0 e le 2 squadre erano tornate
in perfetto equilibrio. Dagli spalti i tifosi ci sbeffeggiavano con
inequivocabili gesti tipo il dito medio alzato, il pollice che
tagliava la gola, e tanto per gradire anche l’italianissimo gesto
dell’ombrello.
Ogni
nostro tentativo di supportare il malcapitato Verona veniva
stroncato da immani bordate di fischi, a cui si aggiungevano i cori
e le urla che ogni volta accompagnavano un attacco della squadra
padrona di casa.
Convinti di fare un solo boccone dell’Hellas, commisero però
l’errore di tirare il fiato. E il buon Gigi Sacchetti, al 37° del
primo tempo, si inventò un vero e proprio eurogol. Tocco di sinistro
al limite dell’area, pallonetto a scavalcare il diretto avversario e
missile aria-aria sparato prima che il pallone toccasse terra. Il
tiro finì all’incrocio ed in un lampo il Maracanà si trasformò in un
deserto di ammirazione silenziosa rotta dalle grida gioiose dei
Butei.
Ore 18
Terminato il primo tempo sull’1-1 tentammo inutilmente di spendere i
nostri dinari in birre o quant’altro. Il bar ci era stato vietato da
alcuni poliziotti locali che dovevano almeno in teoria contenerci.
Dalle sacche uscirono così le ultime lattine portate da casa, un
paio di fiaschette di vino mezze vuote e i rimasugli dei souvenir,
gli slivowitz.
Intervallo
Nella
ripresa la Stella Rossa come nel primo tempo cominciò a caricare a
testa bassa. Dai e dai, al 13° tornarono in vantaggio con un gol di
Djurovski che io non vidi mai, impegnato com’ero a cercar di capire
da dove provenivano i vari oggetti che puntualmente ci venivano
lanciati dalla folla soprastante: 2 -1.
Le
speranze si assottigliavano ed i Butei non riuscivano a farsi
sentire nel caos che i 90.000 serbi stavano facendo. Quando al 65° i
biancorossi sembravano sul punto di finirci, Nanu ricevette un
lancio dalle retrovie e si bevve il diretto avversario con un
dribbling verso sinistra. Accellerò ancora e con una finta mise a
sedere il libero avversario, portandosi verso il vertice sinistro
dell’area di rigore. Gli si fece incontro il portiere ed il Nanu
pensò bene di fargli un cucchiaio che si spense vicino al palo
opposto. Ragazzi, che gooool!
I Butei
sembravano tutti impazziti e mentre lo stadio si ammutoliva Nanu
corse sotto lo spicchio di curva a noi riservato. Ricordo ancora la
corsa all’impazzata verso gli scalini più in basso, per raccogliere
l’ideale abbraccio che il Nanu ci volle tributare. E dopo la folle
corsa verso il basso, tornando al mio posto scoprii che i 3 “amici”
del Partizan avevano approfittato della confusione e del nostro
gioire e si erano dileguati con alcune delle nostre sacche. Il mio
reportage fotografico era andato perduto per sempre, insieme alla
Kodak, al giubbino, ai dinari, alle cartoline. Ma poco importava,
stavamo pareggiando 2-2 a Belgrado, a meno di mezzora dal trionfo.
Lo stadio era muto come una tomba mentre i 100 Butei gialloblu
davano spettacolo.
Dopo
alcuni minuti di sbandamento la Stella Rossa si ributtò all’attacco,
più che altro per dovere che non per reale convinzione di farcela.
Bagnoli amministrava saggiamente i cambi ed il Verona padrone del
campo lasciava scorrere il tempo senza grandi patemi. Finchè all’83°
Galderisi ricevette una palla lunga sul lato destro a trequarti di
campo. Il diretto avversario scivolò lasciandogli un po’ di spazio,
Nanu saltò secco anche l’ultimo uomo della difesa. Il portiere gli
si fece incontro. E lui esattamente come 18 minuti prima lo fece
secco con una palombella che andò ad atterrare morbida morbida nel
sette sul palo lontano: 2-3!
Pallonetto di sinistro prima e pallonetto di destro poi! Fu
l’apoteosi, a quel punto il delirio colse tutti i Butei che
rotolavano dagli scalini, pazzi di gioia.
Mentre
molti serbi sfollavano, qualcun altro che non aveva digerito gli
scherzetti del Nanu pensava di vendicarsi scaraventandoci addosso
ogni cosa possibile. Fu allora che dal cielo piovve una damigiana
vuota: non è uno scherzo, era proprio una damigiana di quelle in
vetro da 25-30 litri che per fortuna si disintegrò a pochi metri da
noi senza far danni a nessuno. Ci lanciarono addosso anche bottiglie
di tutti i tipi, monete, accendini, aste di bandiera, cartacce,
borsette, cappellini in tela (tipo quello della foto qui di seguito)
ed una scarpa da tennis.
Incuranti di tutto, i Butei danzavano di gioia e i loro canti
squarciavano la notte di Belgrado mentre i supporter locali se ne
andavano mestamente con la coda tra le gambe.
Quando
l’arbitro decretò la fine si materializzarono una ventina di sbirri
serbi che ci circondarono e coi manganelli ci intimarono di non
muoverci, allora non c’erano divisori o barriere tra i vari settori
della curva. Ci obbligarono a restare fermi per quasi un’ora nel
nostro spicchio, aspettando finchè tutti gli altri furono sfollati.
Ci
fecero poi percorrere un lungo e buio tunnel sotterraneo che dal
nostro settore attraversava il campo il gioco e sfociava proprio di
fronte all’uscita della sala stampa, a lato degli spogliatoi.
Dopo
alcuni minuti iniziarono ad uscire Bagnoli e gli 11 eroi del
Maracanà.
Di Gennaro, olè!
Poi giunsero anche i 2
pullman con Marocolo e il Beometra che non credevano alle loro
orecchie al racconto di quanto era successo.
Il
viaggio di ritorno fu una tripudio di canti e di inni, un girone
infernale trasferito chissà come sopra un bus. Poi stanchi ed
affamati ci appisolammo tutti. Ricordo che verso le 6 del mattino
qualcuno mi svegliò, eravamo arrivati in un autogrill in zona
Trieste. I Butei presero d’assalto il bar (50 caffè e 50 brioss,
prego) e l’edicola. Sui vari quotidiani sportivi si celebrava il
passaggio del turno di tutte le italiane, ma il risalto maggiore
veniva tributato al Verona. Ricordo che su un giornale (forse era
Corriere dello Sport Stadio) c’era una foto del Nanu in mutande a
bordo campo con la didascalia GALDERISI HA I PIEDI FOTOCOPIANTI.
Arrivammo alla Gran Guardia verso le 10,30 del mattino, sfiniti ma
raggianti di gioia. Ci fu anche il tempo per un’ultima serie di cori
tra gli sguardi allibiti dei soliti turisti giapponesi, e poi
finalmente tutti a casa ed a letto!
Ma la
notte di Belgrado, lo sapevamo tutti, era già entrata nella storia.
E noi ne avevamo fatto parte!
Epilogo: una settimana dopo, il postino recapitò a casa dei miei ed
a quella dei vari amici le cartoline che avevo comprato e già
affrancato. Quei gran figli di buona donna dei 3 “amici” del
Partizan mi avevano rubato tutto, ma mi avevano spedito almeno le
cartoline.
Un’ultima considerazione.
Le
fotografie di Belgrado allegate a questo resoconto non le scattai
io. Ne venni in possesso a distanza di anni grazie a Fotocopia,
erano state fatte da un suo amico che nemmeno conosco. Grazie anche
a te ignoto fotografo di quella magica notte, della madre di tutte
le trasferte: la prima in Europa, quella di Belgrado.