E rieccoci qua in serie A: è storia di oggi, ancora
tutta da scrivere. Dopo la promozione, il presidente Mazzi è stato
ricevuto dal sindaco, che gli ha concesso il suo salotto buono per
proclamare che la società avrebbe bisogno del sostegno economico di altri
industriali cittadini per potere inseguire ancora i bei traguardi del
passato.
Nessuno si è fatto vivo, e i tifosi adesso non hanno più nessuno con cui
prendersela, perché la famiglia reggente, sicuramente benemerita, stavolta
ha detto chiaramente: noi facciamo quello che possiamo.
Ha potuto intanto permettersi Gigi Cagni, allenatore molto reclamizzato e
conteso per avere l'anno scorso portato alla salvezza il modesto Piacenza:
lavoratore indefesso e rigoroso, non ha fatto proclami se non assicurando
sofferenze e fatica per tutto il campionato. Chi sognava di divertirsi in
serie A, è rimasto un pò spiazzato.
Come quasi tutti gli allenatori di oggi, anche Cagni non studia il modulo
di gioco in base alle caratteristiche dei suoi giocatori, ma impone a
priori il "suo" gioco, che gli ha sempre dato tante soddisfazioni e che
"prima o poi darà i suoi frutti, se i ragazzi ci crederanno". Così il
Verona gioca regolarmente quest'anno con un centravanti e due ali molto
larghe, chiamate insieme ad offendere e ripiegare: chi ha altre
caratteristiche, può cambiare squadra o sedersi in panchina...
È arrivato anche Reinaldo, una freccia - ci
hanno raccontato - della nazionale olimpica do Brazil. "Quanti gol
segnerai?" gli hanno chiesto mille volte al raduno estivo. Egli si era ben
preparato la sua frasetta di risposta, e la ripeteva a tutti con
gentilezza: "Solo Dio lo sa". Pur se impegnato in ben più importanti
faccende, il Padreterno evidentemente già sapeva che sarebbe rimasto
sempre in panchina.
L'impatto con la serie A è stato durissimo. "Io lo sapevo: lacrime e
sudore" ha ribadito Cagni sin dalla prima sconfitta, pensando forse di
consolarci.
Anch'io, a spasso con i miei microfoni, ho ritrovato la serie A molto
cambiata. Una volta l'arma delle provinciali era la grinta, quella delle
grandi la classe sopraffina: da una parte il cuore oltre l'ostacolo,
dall'altra pregevolezze di stile. Oggi non è più così. I campioni del
Milan, della Juventus, dell'Inter, oltre a saper giocare, picchiano come
fabbri, aggrediscono avversari e sradicano palloni con proterva ferocia.
D'altra parte, tutto il calcio è cambiato, e non mi sembra in meglio,
ahimé. Chi sin da fanciullo è abituato ad affezionarsi ai suoi beniamini
rischia prima o poi di sentirsi deficiente: il campione per cui ha
spasimato una domenica, può apparirgli improvvisamente dall'atra parte la
settimana dopo, a dargli dispiaceri stordenti.
Il gioco del pallone si è venduto alla tivù, e corre adesso il rischi di
perdere i suoi connotati più amati. I numeri sulle maglie hanno perso ogni
potere evocativo. Il mediano ha il numero 31, il centrattacco il 2, il
terzino - orrore - il mitico 9.
Sopra le cifre ci hanno scritto anche i nomi: dagli spalti non si vedono,
ma che importa, gli incassi maggiori vengono dalla televisione, dove però
si leggono solo quando uno si volta. Però che bella iniziativa, che segno
di progresso, il calcio non è fermo, va avanti con i tempi.
Si cerca ad ogni costo di farne solo un grande show, dimenticando che i
tifosi prima di tutto non trepidano per lo spettacolo, quanto per vedere
vincere la propria squadra, altrimenti andrebbero in centomila a vedere le
partitelle del giovedì, dove non si paga niente e dove anche un Manetti
qualsiasi sa far mirabilie con la palla.
È il mio ventesimo anno di radiocronache. Qualcuno mi chiede ogni tanto se
non sono stufo di vedere calcio tutte le domeniche. No, raccontare la
partita mi piace ancora moltissimo.
Quello che da tempo sopporto a fatica è tutto il contorno, col suo
sovraccarico di ridicoli eccessi: i soloni televisivi che sentenziano con
seriosità su una palla che gira, e poi s'arrabbiano, si arrabattano,
urlano; le telecronache a due voci, che ti credono un pò scemo perché ti
spiegano quello che vedi benissimo da solo; quelli che saltano atempo
cantando "Chi non salta un veronese (o juventino, o interista...) è"; gli
insulti e gli urli sempre tutti uguali dei tifosi più accesi, quelli che
si piccano di essere originali e diversi dalla massa e sono più omologati
dei ragionieri di banca, proprio come quei disk-jockey che si credono
estrosi e poi parlano tutti allo stesso modo, con il cappellino storto e
il dorso della mano sempre in avanti a intermittenza.
Grazie al cielo c'è ancora nella curva gialloblù qualche lampo di
fantasiosa allegria come l'indimenticabile "I love pearà" di Utrecht:
alcuni striscioni invocano "Démoghe drento", "Me piase el vin", "Tira mòla
martèla". Ma perché un veronese nel momento dell'imprecazione deve imitare
pedissequamente la volgarità romanesca del "vaffanc"? Non sarebbe più
pittoresco un corposo"chetacunà"? O non sarebbe il massimo
dell'originalità smetterla del tutto di insultare gli avversari?
Chissà. Al momento non se ne può più. Intanto, siamo tornati in serie A.
Ed io torno ogni domenica a risalire, con lo stomaco in disordine e un pò
senza speranza, i gradini che avevo vent'anni prima percorso con tanta
orgogliosa sicurezza. Mi accoglie puntualmente, in tutti gli stadi
d'Italia, un canto di benvenuto un pò cretino: "Veronese, sei un figlio di
troia, pieno di merda sei tu, sei gialloblù, sei gialloblù".
L'orgoglioso rigurgito di campanilismo offeso che subito mi assale non
trova pace al repentino arrivo dei miei concittadini, che subito inviano
analoghi insulti ai loro coetanei dell'altra parte, con cui pur sarebbero
pronti a fraternizzare se solo si incontrassero in vacanza o al bar,
indirizzando loro feroci minacce di guerra.
Poi finalmente comincia la partita.
Tornano a disegnarsi sul terreno manovre già viste ma sempre nuove,
accompagnate da nuovi sussulti e tremori, brevi paure e barlumi di
felicità.
Vi si mescolano come per incanto immagini della fanciullezza, di vecchi
sogni e trepidazioni lontane, e poi ancora il gusto del gioco, la voglia
di dimenticarsi.
Torna la gioia di raccontare emozioni e speranze, di interpretare
sentimenti, di dar via libera ai sogni, in una parola: di comunicare.
Intanto la palla gira, il carrozzone va avanti... e, forse, non è solo un
gioco.
Testo tratto da: "Alé Alé alé bum bum"
Vent'anni di radiocronache gialloblù
di Roberto Puliero Edito da: Perosini Editore